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giovedì, novembre 19, 2009
Ho fatto l'ultrà dal palco di un teatro seicentesco, rischiando gli insulti del pubblico impeccabile dei palchi limitrofi. Qualcuno ha pensato di girare immagini a pochi passi da Jeff Tweedy, dunque non sono l'unico che l'ha presa come una festa pagana più che come un evento nobile. Era un concerto da seduti, nelle intenzioni, ma qualcuno si è alzato finché non si sono alzati tutti. Sono stati una cosa mondiale, gli Wilco, impeccabili ma generosi, travolgenti e nuovi perché (è bene dirlo) non sono un gruppo di Americana come gli altri che ci sono in giro. Da quando c'è Nels Cline sono i Velvet Underground che spingono come il parassita di Shivers (del filosofo applicato al cinema David Cronenberg) per uscire da una creatura che ha preso a sorpresa l'eredità dei Beatles. Non è Americana la musica della band di Chicago perché quell'aggettivo così buscaderiano può portarci dalle parti di belle cose tipo Calexico o di cose solide ma bollite tipo Counting Crows ma non può spiegarci nulla di Bull Black Nova e del suo baratro disperato. Soprattutto, non può spiegarci perché arriva il casino dissonante in una ballata come Via Chicago, che è qualcosa che va oltre, che diventa eresia. Ho fatto l'ultrà perché gli Wilco sono i più grandi, perché li sento vicini pure se ogni tanto (ma proprio ogni tanto) somigliano ai Supertramp, e perché in pochi anni hanno saputo costruire un repertorio straordinario di canzoni e di idee musicali; non parlo di livello medio della loro musica perché la loro musica è sempre eccellente e l'aggettivo medio risulterebbe offensivo. Nella loro eccellenza possono permettersi di lasciare fuori dal concerto la loro canzone più bella per poi suonarla la sera dopo. Nella loro grandezza non riescono a essere star, così lontani da una società dello spettacolo che ha raggiunto bassezze terrificanti. Dentro di loro ci sono i fantasmi che popolano la mia vita e che spero restino cosa per pochi. Ma, visti i tempi che corrono, ne dubito...
giovedì, novembre 05, 2009
Vedere un film di Spike Jonze oggi e dire che il suo è cinema indie, codificando un genere che contiene insieme una certa musica e una certa estetica che negli ultimi anni hanno invaso il mercato della cultura alternativa anglosassone (e non solo), è anche dimenticare che il regista di Rockville è uno che di questa cultura è tra i principali artefici da tempi non sospetti. Ci sono ancora i tunnel, sua vera ossessione, nel suo nuovo film. Ci sono strani mostri che parlano come bambini e che non hanno una guida, ci sono i monosillabi, i silenzi e un mondo fantastico e ancestrale. C'è una musica cool, frizzante, che fa molto più rumore delle parole. Il mondo parallelo di Jonze è ancora una volta malinconico come quello reale, frustrato dalla mancanza di certezze. E' un mondo autunnale dove l'innocenza è poca conoscenza quindi incapacità apparente. Le cose devono cambiare, in qualche modo. Se la forza primitiva della fanciullezza fosse il tentativo più vicino alla soluzione? Se distruggere fosse davvero il modo più giusto per costruire qualcosa? Jonze riesce a essere minimale anche con un budget importante (Where The Wild Things Are è costato quasi otto volte Being John Malkovich), grazie a una sceneggiatura quasi insignificante e a un approccio registico che cerca di fissare le cose più che di farle correre da una parte all'altra. Non so se è un film per bambini perché non so cosa pensino i bambini di oggi. E' una favola cupa senza sangue laddove oggi il sangue è dappertutto. E' una favola indie per la nuova generazione girata da un regista poco tradizionale che di certo ha un suo lessico, ormai inconfondibile.
mercoledì, novembre 04, 2009
Nel nostro malinconico essere provinciali ci siamo avvicinati spesso a una meta più alta. Abbiamo sempre avuto l'idea che, se le cose belle accadono altrove, anche a casa nostra potrebbe nascere un pezzo di storia. Non solo banche, politici ed editori di dubbio gusto. Ci guardiamo intorno alla ricerca di un piccolo santino da adorare, di un marchio da vendere, di una bellezza condivisa anche oltre le nostre mura. Da buoni provinciali siamo magistralmente esterofili. Siamo belli e non vogliamo crederci, siamo belli solo a Parigi o a New York. Non amiamo frizzi e lazzi, li cerchiamo altrove. Non urliamo, non saltiamo, non corriamo. Parliamo da soli perché non ci piace nulla di quello che abbiamo ascoltato fino a ieri. Il telefono e il computer sono i nostri migliori amici, non importa chi ci sia dall'altra parte. Il mezzo ha soppiantato il fine in una sorta di rovesciamento del nostro passato imperialista. Parlare per non pensare, stare vicini per non affogare. Sconfitti, probabilmente.
venerdì, ottobre 30, 2009
La psichedelia si è impossessata degli Yo La Tengo a un certo punto e non li ha più abbandonati. La quasi ossessiva mania per l'accordo ripetuto e per le atmosfere ampie costruite su basi semplici, quasi grezze, li rende immediatamente riconoscibili. Non si scappa neanche oggi, neanche quando il loro nuovo album viene chiamato con l'equivoco ma non insensato nome di Popular Songs. Come gli Wilco, gli Yo La Tengo hanno trovato a metà strada uno stile e ci sono caduti dentro. Da nuovi Velvet Underground a qualcosa di diverso e di codificato il passo è stato graduale ed evidente. Sanno suonare, come ci si aspetta da un gruppo americano degno di rispetto, ma sanno soprattutto divertire, i tre di Hoboken, affidandosi al clarinetto, agli archi e alle chitarre pulite, come a dimostrare che costruire una canzone è cosa più pregevole di un semplice caos degli elementi. Già nel precedente album, uscito nel 2006, c'era questa sorta di mescolanza inattesa tra pop educato e paranoia chitarristica. Sembrava, e sembra ancora oggi, il rifiuto di un concetto. Potrebbe essere una fuga dai totem, dalle ambizioni di chi scrive arte con l'iniziale maiuscola; per questo il disco ha quella magica parola: Popular. Non c'è orgogliosa ambizione in questo lavoro ma c'è classe, c'è un suono malinconico, avvolgente più che aggressivo. Sono diventati notturni da un po', gli Yo La Tengo, sono un marchio di fabbrica. Non sorprendono più, non possono farci cadere dalla sedia, ma hanno capito che il mondo ha bisogno di bellezza, anche fine a se stessa, per sopravvivere. [YO LA TENGO. Popular Songs. 2009.]
venerdì, ottobre 23, 2009
Affascinante: è il primo aggettivo che mi viene in mente per descrivere la serie Romanzo Criminale, la cui prima stagione termina sotto un diluvio impressionante, epico, davvero romanzesco. La dimensione estremamente spettacolare del lavoro orchestrato da Stefano Sollima spazza via la mania tutta italiana di essere sempre tristemente didascalici quando si deve raccontare qualcosa che ha inciso sulla storia della nostra misera nazione. La serie è affascinante perché indugia sui personaggi più che sul racconto, sulle atmosfere più che sui fatti. Sono belli, i criminali della Magliana, sono antieroi ai quali finiamo per avvicinarci, sono demoni vestiti bene che non hanno paura di nulla. Sono cattivi esempi, grazie a dio. Nella prossima vita guarderò Carabinieri, ve lo prometto, ma oggi lasciatemi guardare l'espressione mefistofelica del maestoso Libanese dell'ultimo episodio. Lasciate che la follia incontrollabile del Bufalo mi faccia saltare dalla sedia, fatemi picchiare tutti quelli che si avvicinano alla mia puttana come fa quella faccia da stronzo che è il Dandi. Fatemela scopare, quella puttana. La stessa che si scopano pure i poliziotti. La stessa che serve nello stesso momento la specilità della casa a entrambi i servitori occulti dello stato (Cip e Ciop, così li chiama il Libano) provocando un sussulto perverso in ogni spettatore. Sono fighi, questi criminali, meno fascisti di quanto dovrebbero essere. Sono spettacolari ed è giusto così: la storia è una cosa, la fiction un'altra. Non posso credere che dovrò aspettare un anno per rivederli. Sbrigatevi a girarla, 'sta seconda stagione!
giovedì, ottobre 22, 2009
Quando i New York Giants ribaltarono i Playoff 2008 come un calzino ci parve giusto insistere nel sottolineare la solidità e l'intelligenza di un progetto che, apparentemente, poteva contare su meno talento puro rispetto alla concorrenza ma che, alla prova dei fatti, fu clamorosamente efficace. I miracoli di Eli Manning non spostarono di una virgola l'impressione generale che in altre squadre bisognava cercare le stelle luminose che in America conquistano pubblico, modelle e contratti pubblicitari extraplanetari. Eppure in quel meccanismo perfetto un elemento di meravigliosa follia c'era, se non altro perché "only in America", ma la prova arrivò più tardi. Non avevamo dimenticato che Plaxico Burress aveva raccolto quell'ultimo lancio del meno bravo e meno ricco dei fratelli Manning ma non è da una presa, seppur decisiva, che si giudica un giocatore. Burress si giudica dal fatto che al college (Michigan State, non uno qualsiasi) fu poco meno che una divinità: si sprecò in ricezioni riuscite meritandosi una scelta altissima (la numero 8) dalla NFL. Con le divise dei Pittsburgh Steelers e dei Giants avrebbe confermato tutto il pazzesco valore, fino a raggiungere la gloria riservata ai vincenti in quella indimenticabile notte a Glendale, Arizona. Ora Burress è in carcere perché l'anno scorso, in autunno, fece partire un colpo di pistola per sbaglio (contro se stesso). Un'idiozia aggravata dal fatto che l'arma non era stata dichiarata. Non ha fatto male a nessuno ma ha pagato con la probabile fine della carriera e con la lontananza (per due anni) dalla propria famiglia. La sua è già una storia da film, anche se il carcere (non scordiamocelo) è tutto tranne che un film...
mercoledì, settembre 16, 2009
Il pupazzo con gli occhiali che dicono diriga il Ministero della Pubblica Istruzione è ancora al suo posto. Pensavo di vedere macchine incendiate, bottiglie molotov verso il parlamento, rivolte e scioperi ovunque, ma siamo in Italia, nella terra che ha generato un popolo civile, superiore, degno erede dell'Impero Romano. Siamo i campioni del mondo, po-poppoppo-poppoh e tutte quelle stronzate. Noi siamo i più forti, noi gli stranieri li schifiamo. Quindi nelle nostre scuole saranno meno di un terzo sul totale degli studenti. Così i nostri bulli usciranno vincitori dalle risse, così le nostre figlie saranno con più probabilità sverginate da giovani italioti o padani. Siamo razzisti: certo lo sono anche altri popoli ma questo ci giustifica? Questo ci rende dignitosi?
martedì, settembre 15, 2009
Per tutto l'inverno dell'85
ho passato i miei pomeriggi di fronte allo stereo
in camera di mio fratello
ad ascoltare Wicked Gravity di Jim Carroll
Mi muovevo al ritmo della musica
immaginando il modo in cui lui poteva muoversi
Mi muovevo al ritmo delle chitarre elettriche
Tutto quello che avrei voluto era essere lui
nell'attimo in cui canta
'Mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata'
Credo che in quel periodo
la mia vita fosse tutta lì [Massimo Volume. Inverno '85] Nel 1985 ero troppo piccolo per ascoltare Jim Carroll ma anch'io avrei preso l'abitudine di cantare davanti allo stereo. La differenza tra me e queste persone, intendo Mimì Clementi e Jim Carroll, sta nel fatto che non avrei mai suonato musica sul serio. Nell'anno in cui i Massimo Volume sono tornati davvero in palla, con concerti e un disco (il primo live ufficiale pubblicato in carriera), Jim Carroll si è spento. A me lo legano il rock'n'roll e la pallacanestro, due autentiche ragioni di vita. Toccò a Leonardo Di Caprio farne la parte in un film datato 1995 tratto dai diari scritti durante gli anni drammatici della giovinezza passata nei bassifondi della Grande Mela. E' morto consumato, invecchiato, piegato dalla velocità con la quale gli eccessi hanno attraversato la sua vita. E' stato un piccolo Lou Reed, piccolo perché più underground di chi quella parola l'aveva portata letteralmente a spasso, piccolo perché non era una rockstar. Fu poeta beat prestato alla musica, memorabile almeno una volta, proprio in quel disco ricordato da Clementi. Già in Stanze Mimì aveva cantato la gravità proibita dell'eroinomane Carroll, icona nascosta della metropoli come il misconosciuto e disperato Emanuel Carnevali, cantore disperso (e poi ritrovato) di un'America più lontana negli anni. Quella gravità era la paura. Quella gravità erano i demoni dai quali non si può fuggire; cantarli, quei demoni, è l'unico modo per provare almeno a sopportarli...
giovedì, settembre 03, 2009
Dio ci prova ogni giorno a spazzarmi via. Mi ha fatto credere per anni nella palla a spicchi anche se Aldo Giordani scriveva che nei risultati non bisogna credere. Poi ho pensato a cosa può fare un arbitro e ho capito tutto. Mi ha fatto rimuovere qualsiasi tipo di amore, mi ha fatto vedere il marcio in ogni cosa, anche nel rock'n'roll, mi ha fatto piangere. Mi ha fatto sapere che mangiare è una cosa brutta, che avere un conto in banca è un crimine. Mi ha fatto vedere Stand By Me nel momento giusto anche se Sandrino dice che il momento giusto è la fine di settembre. Ligabue chiedeva a Dio di fargli conoscere gli acquisti futuri dell'Inter. Bizzarra presunzione degli interisti di sinistra (pochi ma si fanno sentire), quella di trovare romantica, o pazza come dicono loro, una squadra che basa tutta la sua fortuna sul denaro e sulla distruzione delle piccole e medie squadre italiane alle quali vengono sottratti i giocatori migliori magari per fare compagnia a Quaresma in tribuna. Bizzarro che in Italia siano considerati intellettuali i vari Severgnini, Mughini, Riotta: gente che non dice una cosa sovversiva neanche se gli uccidi la mamma tagliandole la gola. Ho creduto nel Partito della Rifondazione Comunista, ma se continuo a votarlo il merito è di Ernesto Guevara, uno che almeno non aveva paura, uno che sapeva distruggere. Adesso l'opposizione la fanno un comico, un intellettuale di destra e un censore. Quando ero piccolo si diceva che per votare bene bisognava turarsi il naso; mi pare che le cose siano addirittura peggiorate. In un film di Matteo Garrone ho sentito dire che il meglio, ciò che conta veramente, è in fondo al baratro ma io continuo a fermarmi a metà. La palla a spicchi è ancora lì, il rock'n'roll pure perché di Wilco e Grant Lee Buffalo non si può fare a meno in questa mattina in cui ho solo voglia di bestemmiare. Vaffanculo Dio. La bestemmia migliore l'ha pronunciata Valerio, uno qualunque, un italiano medio: è andato sulle orme Klaus Kinski, in Amazzonia, con puttane e spacciatori. Per quanto mi riguarda, una vera rivoluzione, una sorpresa inaspettata. Io non ho avuto l'idea, non ho avuto le palle. Vaffanculo a me.
mercoledì, settembre 02, 2009
Il suono dei Magik Markers è tanto urbano quanto minaccioso, è un autobus che non si ferma allo stop perché è stato dirottato da un pazzo. E' una di quelle cose che ancora si possono definire sovversive così da far pensare ai vecchi che il disco o lo stereo abbiano qualcosa che non va. La band del Connecticut ha mantenuto il cinismo dei primi tempi pur avendo raffinato le idee, prova ne sia la magnifica e inquietante Shells, traccia finale dell'album, che fa pensare al cinema di Terrence Malick come alle deviazioni dei Velvet Underground più acidi. Potrebbe essere dolce e carina, Elisa Ambrogio, carismatica leader del progetto, potrebbe essere una star dell'indie rock. Potrebbe ammiccare e giocare: non le mancano i contatti, non le manca il talento ma il punto è che questa ragazza è una di quelle persone destinate a sfiorare il baratro. Esalta il mito del rock'n'roll nel senso più depravato del termine, è un'artista che tende alla rottura dell'equilibrio sociale, come David Cronenberg, come Pasolini, come i mai dimenticati Starfuckers. E' vero, molti fanno notare che i Magik Markers non sono più caotici come qualche anno fa. Il bello, mi pare, comincia proprio da questa considerazione. I Magik Markers ora fanno ancora più paura, con un accordo tesissimo e una voce spettrale, con una produzione che ha abbassato il volume e sporcato se possibile ancora di più i concetti. La loro ricerca non fa a botte con la coerenza perché le armi sono sempre le stesse, non ancora addomesticate dalla viltà dell'arte rassicurante, quella che piace tanto agli intellettuali in giacca e cravatta. La loro qualità ha affascinato i Sonic Youth, è cosa nota, e ha svegliato certa critica da un preoccupante torpore. E' arrivato il momento di crescere, di arricchire una discografia che è già un culto assoluto. Balf Quarry è una splendida risposta noir, a un passo dalla rivoluzione. [MAGIK MARKERS. Balf Quarry. 2009.]
martedì, agosto 18, 2009
Non ho parole. (C. Recalcati) Il commento, lapidario nel senso di lapide, del nostro commissario tecnico si riferiva alla prestazione offerta da Andrea Bargnani (fresco di contratto da 50 milioni di dollari con i Toronto Raptors) nella decisiva partita contro la Francia. Così non saremo presenti ai Campionati Europei, e sarà la prima volta che non ci si va per demerito, visto che le altre assenze dipesero da rinunce prestabilite dalla nostra federazione. Il romano doveva trascinare la squadra e non lo ha fatto: come già gli accadde in passato ha preferito assentarsi e fare il fantasma in campo piuttosto che rischiare qualcosa. Almeno il suo collega NBA Belinelli ce l'ha messa tutta, forzando l'impossibile. Almeno non è stato a guardare. Resta però una considerazione da fare: tra gli avversari ha giocato malissimo Boris Diaw, che è un po' il loro Bargnani, ed è capace di segnare 15 punti a partita nella NBA. Bene, la Francia non ha sofferto questo presunto problema; è venuta fuori la squadra, sono emersi Batum e il solito Tony Parker. Forse sarebbe utile non aggrapparsi sempre al campione, forse sarebbe meglio (anche da parte del coach) ammettere che siamo nettamente in crisi come gruppo.
sabato, agosto 08, 2009
Se un uomo rende felice una donna può renderne felice anche un'altra. (Moon River) Motivo per il quale i ragazzi già occupati dovrebbero essere più desiderati (o quotati*, fate voi) da una qualsiasi ragazza. Strana teoria che taglierebbe fuori noi poveri single dal radar delle ciunnette in cerca di una parvenza di rapporto. Teoria che, se messa in pratica, dividerebbe il mondo tra chi ha due donne e chi ne ha zero. Non è che magari le cose vanno già in questo modo e molti di noi non se ne sono accorti? *(ci sarebbe anche la postilla sull'uomo che ha già figliato ma ve la risparmio...)
venerdì, agosto 07, 2009
Di chi è il cane? (un carabiniere) La divisa è una brutta cosa, rende onnipotenti. In questa onnipotenza è purtroppo compresa la libertà totale di sparare cazzate come quella che ho dovuto ascoltare a tarda notte da un carabiniere spaventato a morte da un cane che abbaiava (evidentemente ben addestrato) alla meravigliosa e intoccabile automobile d'ordinanza. Cosa doveva aspettarsi l'eventuale padrone? L'arresto? Una manganellata? O l'esecuzione della povera bestia in pubblica piazza? E' proprio vero che questa città è troppo tranquilla; ci vorrebbe un po' di delinquenza, ci vorrebbe un po' di casino ma di quello vero, almeno certa gente sarebbe costretta a guadagnarsi lo stipendio...
giovedì, agosto 06, 2009
Di notte escono solo le cattive persone. (mia zia) Dunque, mia zia ha una certa età e rientra perfettamente tra quelle persone che, ormai nella fase declinante della vita, acquisiscono un rancore esagerato verso i giovani, verso chi si diverte, verso chi (in sostanza) fa quelle cose che loro hanno smesso di fare. Ecco allora i servizi televisivi sulle ragazzette ubriache mandati in onda prima della notizia dello storico blitz di Bill Clinton in Corea del Nord. Ecco il coprifuoco, i divieti un po' ovunque con la grottesca legge comunale di Pordenone che non permette a due persone di parlare per strada in una determinata zona del centro cittadino. I vecchi vogliono dormire, si dice. I vecchi rosicano, questa è la verità. Rosicano e dimostrano che la nostra è una società fondata sull'invidia e sul rancore, e allora se io non posso divertirmi sono contento se anche tu non puoi farlo. Il mal comune mezzo gaudio elevato a consuetudine sociale. La musica è il demonio, la birra è l'anticristo. Ci sarebbe da ridere pensando che tra un po' ci ritroveremo a dare spiegazioni sui nostri movimenti notturni alle ronde di poliziotti improvvisati. Invece è tutto vero, il fascismo è alle porte. Non è un paese per vecchi, scriveva Cormac McCarthy. Sicuramente non parlava dell'Italia.
martedì, agosto 04, 2009
Chi ha fischiato ha umiliato la memoria. (Sandro Bondi) Hanno fischiato te, idiota. Hanno fischiato un governo impresentabile e la tua faccia di cazzo. Detto questo, tutti parlano di Giusva Fioravanti, uomo libero e padre di famiglia nonostante la condanna definitiva a cinque ergastoli: un criminale condannato per la strage di Bologna e per altri delitti che la sua ritrovata libertà contribuisce a riscrivere, ormai una moda in questo nefasto periodo storico. Gli Offlaga c'erano arrivati con Sensibile, la canzone che dà il titolo al blog estivo di quest'anno. Con quelle parole Max Collini aveva né più né meno accettato malinconicamente la sconfitta (nostra) nei confronti della coppia più becera della (nostra) storia. Francesca e Giusva sono una famiglia libera (anche se per Francesca la libertà è ancora condizionale) e serena, e possono tranquillamente dimostrare tutta la loro sensibilità; chi dice che non siano abbastanza giovani per tornare, prima o poi, a fare politica nel loro stile lapidario (nel senso di lapide)? Soprattutto: dobbiamo aspettarci Giusva all'Isola dei Famosi, invitato da quell'essere insopportabile che è Simona Ventura?
sabato, agosto 01, 2009
Agosto, come ogni anno, alleggerisce questo blog con un tema insolito. Il 2009 passerà alla storia per alcune frasi letali, talmente categoriche da non lasciare troppi commenti alle spalle. Invece io mi fermerò proprio a riflettere su certe affermazioni lapidarie. Nel senso di lapide, direbbe Max Collini nella stupefacente Sensibile. Ecco, il concetto del mio blog estivo è proprio quello che gli Offlaga fissano in quella canzone: costruire un pensiero attorno a una frase breve e definitiva. Buon mese sabbatico (se siete avvocati) a tutti...
giovedì, luglio 30, 2009
Volendo potrei anche spararla grossa: ieri... Riavvolgo il nastro: meglio non pensare all'aspetto negativo della faccenda. Potrei fare a pezzi il computer. C'è una canzone dei Go-Betweens, anzi c'è un disco intero che è un continuo invito alla glorificazione del rock'n'roll. C'è davanti un agosto lapidario nel senso di lapide, alla ricerca di parole drammaticamente condannabili. Vedrete, vedrete. Intanto ballo ubriaco, mi mangio le mani, offro soldi che (ancora) non ho, penso a te, raccolgo frasi, aspetto il pranzo, aspetto. Guardo la parete, cancello le opere di un idiota. Perché di un idiota ti innamorerai e di un altro idiota ancora. Aspetto l'inverno, il concerto di Natale, le sbornie. Quelle vere. Non sono vecchio abbastanza, non sono abbastanza. Se all'inferno fa caldo vuol dire che le ciunnette peccatrici girano in bikini se non nude.
mercoledì, luglio 29, 2009
Si parla molto del fatto che la morte di Michael Jackson sia stata sfruttata dagli spammer, come sempre abilissimi nel mettere in moto il loro particolare talento. Dunque il male è più veloce del bene, un po' come quando si dice che l'antidoping sia in ritardo di anni nei confronti del doping; un po', tanto per chiarire, come il vaccino che arriva a influenza suina ormai pronta in tavola. Pensiamo a uno che magari suona la chitarra meglio di tutti e la usa per fare le cover dei Queen: ecco, questi sono gli spammer in sintesi, con la differenza che loro evidentemente ci guadagnano qualcosa perché un pollo in rete si trova sempre, perché il potere di chi ha talento è totale. Possiamo chiedere pietà in ginocchio, possiamo chiedere a chi ha più conoscenza di noi di aspettarci. Da soli non riusciremo a raggiungerli, loro avranno già imparato a usare qualcosa di nuovo. L'avranno pure prevista, la morte di Michael Jackson. Mica come me, che ho aperto il negozio il giorno dopo senza avere dentro neanche un suo disco...
martedì, luglio 28, 2009
Era appena uscito Il Divo, spettacolare film di Paolo Sorrentino sulla losca figura di Giulio Andreotti. Chiesero a Luca Barbareschi se gli fosse piaciuto; il regista e attore di area destroide (area della quale è uno dei pochissimi intellettuali) rispose che era un film brutto ma che non l'aveva visto. So già che è brutto. Io di gente che risponde in questo modo ho paura, ho un vero terrore. Chi è Paolo Sorrentino? E' un regista virtuoso, da molti paragonato a Joel Coen per le soluzioni tecniche e per la sfrontatezza. Pur essendo, il suo, un cinema pulito, quasi patinato, le storie raccontate sono sempre borderline e nascondono verità pericolose e fastidiose depravazioni. Indimenticabile il contrasto tra la sublime bellezza di Laura Chiatti e il disturbante tormento dello sgradevole usuraio interpretato da Giacomo Rizzo ne L'amico di famiglia. Straordinario soprattutto il compassato delirio del misterioso cliente d'albergo (un immenso Toni Servillo) nel capolavoro Le conseguenze dell'amore. I personaggi di Sorrentino contengono tutto il brutto del mondo all'interno di una forma-cinema ammaliante. Ce lo ha rapito Hollywood: potrebbero ritrovarsi una bomba, spero che non la disinneschino. Quanto a Barbareschi, se ne andasse pure a fare in culo...
lunedì, luglio 27, 2009
Quando Lance Armstrong vinse al Sestriere nel 1999, da dopato anche se nessuno lo ha mai beccato ufficialmente, gli Scisma avevano appena presentato il loro ultimo album, un concept sulla rivoluzione e sui piccoli gesti che cambiano il corso della storia. Proprio ciò che accadde nel 1969 grazie all'impronta sul suolo lunare di un altro Armstrong, quel Neil che aveva così distrutto i sogni di grandezza del soldato dell'aria Buzz Aldrin. Trent'anni dopo l'America avrebbe dunque scelto un'affascinante terra di sciatori per piazzare la propria bandiera in vetta al Tour de France, e lo avrebbe fatto con lo stesso cognome. Nel microcosmo (neanche troppo piccolo) del ciclismo fu una vera rivoluzione, l'ascesa di quell'uomo guarito dal cancro, già campione del mondo in giovane età e mai competitivo sulle grandi salite prima della malattia. Persi molti chili durante la chemioterapia, Lance ne recuperò solo una parte, alleggerendo la sua pedalata, aiutata comunque da una formula magica che misteriosa era e un po' meno misteriosa appare dopo dieci anni. Non mi è stato mai simpatico, il texano: amico di Bush, vincente per forza, quasi mafioso nel gestire gli avversari (spesso trattati come sudditi). Però quest'anno, squadrato da vicino grazie alle impietose telecamere delle dirette internazionali, ha mostrato una sincera vecchiaia. Ha palesato sofferenza, si è attaccato all'esperienza e all'indiscutibile intelligenza per tornare sul podio. Stavolta ho visto un Armstrong tutt'altro che lunare, più vicino all'etica del vecchio ciclismo, più simile nel volto ai corridori di una volta; un Armstrong che ha addirittura corso senza stipendio. Certo, per lui i soldi non sono un problema! Ieri a Via del Corso erano ancora ben visibili sull'asfalto le scritte in giallo lasciate dai suoi tifosi in occasione del Giro d'Italia. Dicono sia un esempio vincente per tanti malati. Dicono sia un eroe nazionale e non solo. Tornerà anche l'anno prossimo e farà il pieno di popolarità anche senza vincere...
giovedì, luglio 23, 2009
C'era un palco al centro di un prato immenso, esperimento di rock'n'roll in un'area incontaminata e protetta. Lasciammo le cartacce, le bottiglie e tutto quanto fa sporcizia sotto il palco, giusto per salvare le apparenze. La mattina Stefano aveva comprato un disco dei C.S.I. in un negozio che non mi diceva nulla. Al festival, se così possiamo chiamarlo, una ragazza mi si avvicinò con l'ottimismo di una generazione fa. Il negozio di dischi sarebbe entrato nella mia vita in modo talmente centrale da fissare addirittura qualche ricordo nella mia scadente memoria. La ragazza esiste ancora ma, come allora, non capisco il suo ottimismo. Un pezzo di quel negozio l'ho portato a casa mia. La ragazza, a casa mia, non è mai voluta venire. Non ricordo alcuna musica di quella giornata, non ricordo parole. Solo immagini di eterna pigrizia e l'inutilità della musica quando è brutta...
mercoledì, luglio 22, 2009
Qualche giorno fa Jim Caviezel, con la sua Harley, si è scontrato con un ciclista rischiando di lasciarci le penne. E' andata bene a entrambi, forse perché la Harley è una moto con la quale si è soliti passeggiare più che correre. L'attore è nato nella città dei tulipani, Mount Vernon, nello stato di Washington. Ha giocato a pallacanestro con ottimi risultati al liceo, poi un infortunio serio lo ha dirottato verso la recitazione. E' repubblicano, è un cattolico praticante ma non bigotto. Insomma, una persona a modo. E', soprattutto, un nome immortale grazie a un film del misterioso e geniale Terrence Malick. In questa pellicola, tra coccodrilli e coloratissimi pappagalli, tra il verde della vegetazione di Guadalcanal e il rosso del fuoco, Caviezel è l'oggetto di una cupa e anticonformista riflessione sulla paura dell'uomo in guerra. In questo film i soldati pensano più che correre, si guardano attorno più che sparare. La natura, la più bella e incontaminata possibile, stordisce i nostri occhi insieme al suono della violenza che si abbatte sulla corda tesa della strategia. L'uomo, volutamente il meno famoso in un cast di stelle, si perde in tanta bellezza fino a immolarsi mentre tutta la sua vita è a casa, in un posto troppo lontano. Jim Caviezel si immola insieme alla natura che guarda dall'alto in basso, eroica e perfetta, gli esseri umani smarriti e spenti.
martedì, luglio 21, 2009
L'inferno più o meno. Quando il fallimento è dato per scontato e non so fare di meglio che mettere il naso fuori dalla porta per fissare il viale. You're living all over me. She Sticks Like Glue. Basta cambiare il soggetto, il significato è il medesimo. Lo sconosciuto brandisce la bottiglia e minaccia di romperla sulla mia testa. Minaccia di rompere la mia testa. L'uomo cattivo prova a suonare un blues ma, perdìo, non sa tirare fuori una melodia decente. Anche fossero decenti le sue melodie, resterebbe un uomo cattivo. Come me che però non mi vanto di nulla tranne del fatto di non vantarmi di nulla. L'inferno, più o meno, è fare la conta e ritrovarsi una band sul palco del disgusto. Ridatemi il vino, odio il mio ramadan. Odio le parole piatte e la mancanza del silenzio. Voglio dormire, ubriaco, con il bicchiere pieno sul comodino.
lunedì, luglio 20, 2009
Aveva servito il paese fin da giovane, aveva fatto la guerra, era abituato a essere il primo della classe. Conosceva tutti i segreti del volo, tutti i segreti della nazione. L'emozione di atterrare sulla Luna doveva annichilire la paura di morire. L'adrenalina provocata dall'essere vivo lassù avrebbe cancellato ogni esperienza precedente. Dio era con lui, l'America sventrata da terribili fallimenti era con lui. Tutto era perfetto tranne il fatto che Neil Armstrong lo avrebbe preceduto. Quanto lo hai odiato, Buzz? Quanto hai bevuto per dimenticare? Soprattutto: ci sei stato davvero lassù?
mercoledì, luglio 15, 2009
Ho sognato di scappare. Di corsa, a una velocità che nella realtà non raggiungerei neanche in bicicletta, attraverso il verde di una campagna ostile. Sembrava di essere in Sardegna, comunque in un posto lontano da qui. Scappavo perché sapevo di essere in pericolo. C'era una rivolta in corso, i vecchi venivano calpestati e morivano senza piangere. Correvo veloce, consapevole di non essere me stesso. Poi mi sono ritrovato di colpo altrove, nel supermercato di una piccola città di mare, in vacanza. C'erano tante persone conosciute, come se le avessi invitate in quel posto, come se il mio microcosmo si fosse trasferito per cancellare le proprie colpe. C'eri anche tu tra quei corridoi freddi, a fare la spesa, solo che il tuo carrello era pieno di cose. A che ti servono? Domani si torna a casa. Mi hai risposto che saresti rimasta un'altra settimana. Non ti ho chiesto altro, consapevole di essere me stesso.
martedì, luglio 14, 2009
La prima volta che mi imbattei nei Pavement fui attratto dal titolo di un articolo che recitava I Pavement hanno imparato a suonare? Nel tempo ho perso la sicurezza che ci fosse davvero il punto interrogativo ma per me sapere che c'era una band caotica e romantica in giro era già tanto. Sì, c'è questa nuova ondata dall'Inghilterra. Questo fu il commento di un mio amico che, giustamente, avrebbe abbandonato presto il rock'n'roll per dedicarsi esclusivamente all'hip hop. Quella nuova ondata esisteva veramente, si chiamava britpop, ma i Pavement non c'entravano nulla. Provenivano da Stockton (California) ed erano spinti dalla Matador, un'etichetta di culto che nel suo roster annoverava (in quegli anni) gente adorabile come gli Spoon, i Come e i Guided By Voices, tutti gruppi caotici e romantici, tutti meravigliosamente americani. Ai tempi di quell'articolo usciva Wowee Zowee, il più completo e anarchico album del gruppo di Stephen Malkmus, ma il mondo era già stato cambiato dai Pavement nel 1992, quando le chitarre scordate e la batteria insana di Summer Babe si erano permesse di riportare l'underground americano all'essenza del rock'n'roll (che in quel periodo veniva pericolosamente aggredito dalla MTV Generation). Nota è l'avversione, per esempio, che Malkmus e soci provavano verso la spocchia dell'idolatrato Billy Corgan (autore con i suoi Smashing Pumpkins di alcune cose notevoli ma personaggio a dir poco fastidioso). La rivalità verrà codificata dai Pavement nel secondo album, Crooked rain, crooked rain, comprendente una serie di inni per una nuova generazione etichettata con il termine slacker. Tornando a quel 1992, a un altro titolo con l'assonanza (Slanted and Enchanted) e ad altri piccoli inni, non si possono riascoltare senza che scorrano autentici brividi le gemme di chi aveva deciso di rendere melodrammatico il rumore dei Sonic Youth avvicinandolo ai Velvet Underground meno nichilisti (quelli, per intenderci, del terzo album), il tutto partendo da una base folk insospettabile per una band alternative, che meglio sarà compresa grazie alle collaborazioni dei ragazzi con l'amico David Berman dei Silver Jews. Un classico su tutti, Here, ballata scentrata illuminata da un testo brillante e da un magnifico e decadente ritornello. Basterebbe da sola per fare di un esordio un bel momento ma siccome da sola non è, siccome ci sono pure la follia rock'n'roll di Two States, la confusione post-pop di Loretta's Scars, la melodia inconsapevole di In The Mouth A Desert e il già citato caos organizzato di Summer Babe, eccoci davanti a un capolavoro, il primo di una carriera che con il senno di poi ci sembra ancora più grande. [PAVEMENT. Slanted and Enchanted. 1992.]
sabato, luglio 11, 2009
Mi guardo in giro e vedo belle persone con tanto futuro davanti. Hanno un difetto, che per me non è abbastanza per condannarle: si devastano con tanto, tantissimo alcool. Vedo in giro mentecatti senza argomenti: hanno un difetto, tra i tanti: si devastano e fanno brutte cose. Non c'è speranza, direbbe il Grande Fratello. Invece, prima o poi, davanti a voi si materializzerà la bellezza, pur distorta. Non posso perderla, non posso sbagliarmi. Ragazzi, ragazze: ecco il vostro futuro, la bellezza! E' un concetto antico, lo so. La rivoluzione sarà la fine dell'aristocrazia del bello. La rivoluzione sarà il fango trasformato in coriandoli.
giovedì, luglio 09, 2009
Light Sleeper è la storia di un uomo e di una città. Proprio come Taxi Driver, dunque non è un caso che i due film siano stati scritti dalla stessa persona. La droga non conta, è solo un contorno. Il sangue, proprio come in quell'altro film, scorre soltanto alla fine. L'unico momento davvero violento (in un racconto che per il resto è asciutto e malinconico) ritrae Marianne strafatta nell'attico di Tis. Il silenzio di LeTour è straziante: neanche ciò che accadrà poco dopo lo sconvolgerà più di quella immagine di devastante crudeltà. E' notte. New York è piena di immondizia per uno sciopero prolungato della nettezza urbana. La vita del protagonista sta per cambiare un'altra volta. Non gli è bastato farla finita con la droga, adesso LeTour deve trovare la pace. Va in un bar malfamato. Penso: adesso ricomincia a drogarsi. Non ho capito niente: nel bar compra una pistola, il mezzo (brutale e nefasto) che gli regalerà il cambiamento definitivo. Dopo aver perso il sonno, perderà la propria città. Dopo aver pensato per anni di essere invisibile, LeTour se ne va dalla strada. Rilassato e ottimista, con gli occhi e il cuore puliti.
mercoledì, luglio 08, 2009
Emergente. Posata. Dissacrante. Sfuggente. Stoppatore. Meridionale. Aristocratico. Nebuloso. Sgusciante. Latinista. Maturo. Drogato. Muscolare. Massone. Artista. Pallida. Underground. Borghese. Avvocato. Nazista. Carina. Autista. Necessario. Giornalaio. Gentile. Custode. Populista. Giocatore. Provinciale. Rilassante. Tecnologico. Meteora. Lontana. Londinese. Orientale. Spiazzante. Fiuggino. Tamarro. Cinofilo. Attore. Destroide. Ideologo. Trasferito. Servitore. Padre. Alternativa. Mago. Degno. Silenzioso. Lirica. Onesto. Logorroico. Portaborse. Maratoneta. Sanguigno. Vitellone. Chitarrista. Esoterico. Provolone. Aziendalista. Sbandato. Transalpina. Mediocre. Invisibile. Motociclista. Educato. Morettiano. Pivot. Notturno. Iperattivo. Celtica. Berlusconiano. Pacifico. Intermediario. Assistente. Vulcanica. Padrone. Cameraman. Romano. Buongustaio. Sposato. Polemista. Deludente. Tifoso. Primordiale. Cattolica. Magra. Fondamentalista. Cristiano. Complicata. Cilena. Imbianchina. Socialista. Talentuoso. Veltroniano. Barricadero. Operaio. Metallaro. Ostico. Cameriere. Agricolo. Fricchettona. Stratega. Napoletano. Grosso. Commercialista. Americano. Colonnello. Imprevedibile. Andreottiano. Teatrale. Incantevole. Disillusa. Capitano. Radiofonico. Individualista. Cassintegrato. Autorevole. Straordinario. Retorica. Giovanile. Infantile. Snob. Scaruffiano. Grafico. Polacco. Esteta. Loquace. Modaiolo. Sarcastico. Forzista. Svampita. Filiforme. Gigantesco. Beffardo. Calabrese. Keniano. Nordica. Piccola. Eccentrico. Fotografo. Genitore. Elettronico. Umorista. Radiocronista. Bamboletta. Imprenditore. Accademico. Rafagano. Categorica. Indie. Radicale. Fascista. Desertico. Inglese. Fumato. Ospitale. Truccato. Costante. Sinuosa. Ricco. Rappresentante. Buscaderiana. Ammaliante. Glam. Esperto. Dimenticabile. Colorata. Motorizzato. Internazionale. Fighetto. Viveur. Calmo. Inetto. Leader. Essenziale. Generoso. Disoccupato. Sinistro. Nichilista. Pittrice. Scostante. Statuaria. Anticlericale. Insostituibile. Parigino. Hollywoodiano. Casalingo. Folle. Mangiafuoco. Cordiale. Rookie. Fonico. Riciclato. Cantante. Maschilista. Fortunato. Viaggiatore. Bella. Fragile. Fantasista. Rumoroso. Gourmet. Episcopale. Pessimo. Rosicone. Eterno. Forte. Opportunista. Militante. Maiala. Democratico. Peggiorata. Bionda. Arrapante. Pelato. Autista. Educanda. Direttore. Mitico. Ironico. Giovane. Bianca. Destabilizzato. Ucraino. Paradossale. Qualunquista. Pericolosa. Simpatica. Eccitante. Incallito. Poetico. Alto. Anonimo. Prescindibile. Ciunnetta. Potente. Presenzialista. Desaparecido. Vicino. Importante. Raccomandato. Orgoglioso. Intellettuale. Principesco. Quotato. Vuoto. Enciclopedico. Realista. Inspiegabile. Fissato. Milanese. Corridore. Eccellente. Divertente. Dottoressa. Ignorante. Ambìto. Fatale. Ammiccante. Istrionico. Estroverso. Nemica. Caratteriale. Affamato. Disonesto. Promossa. Misteriosa. Sexy. Veterano. Impeccabile. Bollita. Intoccabile. Fastidioso. Macchinista. Discontinuo. Irlandese. Finito. Garagista. Illuminato. Atletico. Comunista. Pupillo. Impostato. Decisivo. Ripetitivo. Arretrato. Democristiano. Folgorante. Vecchia. Rivoluzionario. Patricano. Siciliana. Realizzato. Svanita. Sovversivo. Idealista. Buonista. Predecessore. Illusoria. Femminile. Tenace. Razzista. Edonista. Compagna. Invecchiato. Elegante. Scalatore.
mercoledì, luglio 01, 2009
Quasi quasi mi inietto un veleno in corpo. Da domani avrete tutti il culto di me. Vi stringerete in preghiera, farete di me un'icona, non si sa bene di cosa purché sia un'icona. Vi commuoverete dopo avermi visto ogni giorno e avermi ignorato. Farete piovere lacrime nonostante dei miei trentadue anni non ci sia una cosa che vale la pena di essere ricordata. La morte santifica. Dunque se Michael Jackson oggi è il re del mondo, io posso almeno sperare di ricevere un piccolo titolo nobiliare. Ho deciso: mi avveleno.
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